La dimensione del rifugio nella poetica gozzaniana

Il componimento La via del rifugio, che apre la raccolta omonima del 1907, è costruito interamente sul motivo di un contrasto, di una scissione interiore del poeta; motivo che, come cercheremo di dimostrare, è insieme sostanza e forma del componimento.

A un piano alto, di struttura, per così dire, è un contrasto di voci. In Gozzano la parola poetica si fa visione, figurazione di immagini accompagnate da suoni. Leggendo Gozzano si ha spesso la sensazione di “entrare” nella poesia, e il nostro sguardo accompagna sempre quello del poeta, che si muove tra oggetti e persone. Una poesia di scena, quella di Gozzano: l’atto unico di un io lirico diviso, il cui monologo o dialogo si svela per quello che realmente è: un colloquio intrattenuto con se stesso.

Così nella Via del rifugio. La filastrocca, cantata, apparentemente, dalle tre nipotine – perché tutto è proiezione e creazione della mente del poeta – non fa semplicemente, e banalmente, da cornice al testo, non è elemento accessorio o umile controcanto alle gravi riflessioni dell’io lirico; essa è l’arma del poeta. Incalzato da un pensiero ossessivo («l’aruspice mi segue | con gli occhi di una donna»), dal presagio di un destino ineluttabile che gli pare lo attenda, il poeta deve trovare un rifugio, che da quel pensiero, da quel presagio lo allontani. Quello che gli serve è un sogno, uno stato di inconsapevolezza («la virtù del sogno») che dilegui, per il momento, le insidie del pensiero.

Ma è un sogno a cui il poeta non sembra riuscire ad abbandonarsi completamente, gli occhi sempre socchiusi, come all’erta, quel presagio sempre in agguato. E questa disposizione d’animo, questa scissione, si trasmette pure alla struttura del testo, che oscilla da una parte all’altra: canta la filastrocca, poi l’abbandona per seguire il filo di un pensiero, e ancora la riprende (e i punti sospensivi sono una traccia di questo dissidio interiore). Finché, e in modo definitivo, «il sogno si spezza d’improvviso».

Il tono si fa più cupo. Il rifugio sbiadisce a poco a poco; a poco a poco, il sentimento di un destino ineluttabile occupa tutta la sua mente. L’epifania della farfalla, vessata e sulla quale vede calare «il colpo che non falla», «la condanna terribile», si svela infine per quello che è: un’agnizione.

Concentrando ora lo sguardo su delle parole chiave, pure si percepisce un senso di polarità di campi semantici. Da una parte, le parole che afferiscono al campo semantico della fatalità («sorte», «destino», « ignoto», «quatrifoglio», «aruspice»), dall’altra, le parole afferenti al campo semantico del sogno («supino», «il fresco sogno di tanta grazia», «il canto che m’assonna», «l’anima sonnolenta»). Una polarità, infine, quanto mai evidente, nel binomio, tante volte ricorrente nella poesia gozzaniana, «Vita/Morte», spesso accompagnato dall’altro binomio, del tutto coincidente se vogliamo, «Tutto/Niente».

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