A volte, dico a me stesso di sentirmi come un Neanderthal in mezzo a tanti Sapiens. Non fosse per altro che per la mia diffidenza ad abbandonarmi completamente a un flusso tecnologico che sembra, in questi giorni, travolgere tutto e tutti. Dal canto mio, preferisco mantenere un certo grado di resistenza, lontano al contempo da una visione totalmente ottimistica o totalmente pessimistica sulla questione.
No, non sono un nostalgico; e sì, anch’io uso largamente quanto la tecnologia ha da offrire alla mia generazione: avere la possibilità di consultare una grossa fetta dello scibile umano, fare acquisti, chattare con chiunque e dovunque si trovi nel mondo, e tutto questo poterselo portare dappertutto, nella tasca dei jeans o in borsetta, regala indubbiamente molte gioie, alle quali non siamo più disposti a rinunciare.
Ma a scapito di cosa, non credo ce lo stiamo domandando seriamente. Ad esempio, fino a che punto l’automaticità di questi nuovi strumenti ci è di vantaggio, e quanto, al contrario, potrebbe risultare dannosa? Esistono altri criteri, oltre a quelli consunti di efficacia ed efficienza, volti entrambi soltanto a misurare la capacità di un certo processo di raggiungere un certo risultato – e che quindi poco fanno caso a chi effettivamente compia quel processo –, che ci consentano di valutare l’opportunità di utilizzo di tali strumenti, e per quali scopi, e di fronte a quali limiti?
Di più, trattandosi di strumenti vendibili come merce o come servizi, la qual cosa ne favorisce un uso spregiudicato e inconsapevole: il pieno possesso di uno strumento è garantito oggi dal denaro che il cliente spende per esso, e al quale spesso poco interessano una conoscenza profonda dello strumento così acquisito, e le sue opportunità di utilizzo.
Gli strumenti tecnologici digitali si stanno imponendo sempre di più, e sempre in più ambiti, e sempre più velocemente, in sostituzione di vecchi strumenti resi ormai obsoleti e poco attraenti (sarà ancora vero che è la domanda a incentivare l’offerta, o forse è il contrario?); ma pure, ancor più pericolosamente, sostituendoci nell’utilizzo delle nostre proprie facoltà, delle nostre prime risorse, come sembrerebbe essere il caso delle IA.
L’IA è un buono strumento? Non lo so, ma in ogni caso è necessario che chi se ne serve lo faccia con un alto grado di consapevolezza dei rischi, limitandone l’uso ai soli casi in cui può davvero soltanto essere uno strumento, e mai un sostituto.



